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La guerra fredda come guerra dei media non e' mai finita
Bandiera Arancione la trionfera'
Le rivoluzioni liberali nell'est europeo in un libro di Andrea Riscassi.
 

Ci sono zone nell’Europa dove l’arancione non è una moda ma un simbolo, in quei confini dell’impero un tempo rosso dove la caduta del comunismo ha significato il cambio della bandiera ma non dei sistemi, nuovi partiti ma non nuovi politici.
Nel 1991 Tiziano Terzani in “Buonanotte Signor Lenin” (TEA Edizioni) raccontava, attraverso le sue esperienze di viaggio, l’impero che crollava mentre ancora le persone pensavano fosse eterno.

 Magistralmente descriveva come, a volte pacifico a volte violento, le nazioni dell’area caucasica si staccavano dalla Grande Madre Russia per un restyling di facciata che riproduceva, a livello locale, quello per per quasi un secolo era stato l’URSS. Non più comunismo ma dittature locali. La bandiera era diversa, gli uomini no.

La guerra fredda è stata, e l’abbiamo analizzato più volte dalle pagine di questo giornale, una guerra mediatica. La più grande. La si è chiamata “guerra” anche se non si è sparato nemmeno un colpo ma è stato solo un enorme esercizio di mostra dei muscoli, a suon di spie, minacce e dichiarazioni mediatiche.
L’URSS non esiste più, il muro di Berlino non esiste più, in molte aree del pianeta il comunismo non esiste più, ma la guerra fredda, in verità, non è mai finita.
Esiste ancora come guerra dei mezzi di comunicazione, dittatura mediatica prima ancora che fisica, supremazia nell’indirizzare l’informazione, nel guidare l’opinione pubblica.

Sullo sfondo la voglia di democrazia di molti popoli, sapore nuovo per alcune nazioni che non l’hanno mai conosciuta. Quella voglia che ha spinto alla rivoluzione la Georgia nel 2003, l’Ucraina nel 2004, il Kirghizistan nel 2005, alla rivoluzione fallita la Bielorussia nel 2006. Tutte sono figlie di un processo ben collaudato, nato oltre oceano e sperimentato in Serbia quando fu necessario cacciare Milosevic.
C’è della strategia è vero, c’è del marketing, anche, ma spesso c’è la voglia di cambiamento, di nuovo, la voglia di gurardare al blu dell’Unione Europea, la voglia di cambiare pagina che è stata rappresentata, con grande impatto mediatico, dall’arancione utilizzato a Kiev per ribaltare il risultato delle elezioni del 2004.
In “Bandiera arancione la trionferà. Le rivoluzioni liberali nell’est europeo” (Editore Melampo, 2007) Andrea Riscassi, inviato per la RAI nei paesi dell’est europeo, analizza in modo accurato il fenomeno delle rivoluzioni pacifiche nei paesi ex sovietici, dove la guerra fredda non è mai finita. Russia e Usa continuano a fronteggiarsi: da un lato il potere statunitense e dall’altro la rinnovata voglia di protagonismo internazionale della Russia si tramutano in una battaglia senza esclusione di colpi a suono di barile di petrolio e pressioni mediatiche.

Da un lato l’Unione Europea come nuovo miraggio di libertà e gli Usa che assecondano, quando non finanziano, i movimenti pacifisti che progettano in modo quasi scientifico le rivoluzioni e dall’altra la Russia che apre e chiude i rubinetti delle fonti energetiche per orientare la politica di quei paesi e deciderne i destini.
E’ una guerra nuova, non dichiarata, che si gioca tra le strette di mano dei G8 e le dichiarazioni pacifiste dei capi di stato, ma è una guerra che i media non hanno mai cessato di combattere. Radio contro radio, tv contro tv, giornale contro giornale, e oggi anche mediante internet, in quelle nazioni dove la libertà di stampa è ancora un’utopia.
Alla bandiera rossa si contrappone quella arancione. Quella che sventola, quella che trionferà.

di Marcello Peluso
www.marcellopeluso.it

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