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Ceausescu, fine di un dittatore
Romania, la rivoluzione in diretta
La fine di Ceausescu e le valutazioni "mediatiche" errate


Bucarest è una città strana. Dietro il caos del suo traffico c’è storia e cultura, come dietro quei palazzoni in stile sovietico fatti costruire da Ceausescu ci sono drammi e ragazzi che vivono nelle fogne. Il tessuto sociale della città sembra esseri sgretolato alla fine del regime ed oggi la città, come la nazione, cerca una propria identità.
Le vie del centro sono vive, trafficate, disordinate. La città vecchia è stata quasi del tutto sostituita dall’utopia comunista di scarso gusto. Il nuovo parlamento, ospitato dal mastodontico palazzo di governo, non passa inosservato. Dall’esterno sembra un’architettura abbastanza austera, come il complesso di edifici alti, squadrati, socialisti che creano vialoni di cemento senza soluzione di continuità.
E’ in queste vie che, nel 1989, un clamoroso errore di valutazione “mediatico” ha aperto la via alla fine del dittatotre.

Da Brasov a Timiºoara, le prima avvisaglie del crollo del regime parlavano di un paese sull’orlo del fallimento. La polizia controllava ogni angolo, ogni attività e ogni persona.
L'esercito, la polizia e la Securitate aprirono il fuoco sui manifestanti che, il 17 dicembre 1989, a Timiºoara erano scesi in piazza. Nessuno avrebbe saputo nulla se Voice of America, la radio americana che informava oltre cortina di ferro, non avesse squarciato il silenzio dei media locali.
Secondo il dittatore la rivolta sarebbe stata da addebitare ad "interferenze di forze straniere negli affari interni rumeni", una vera e propria aggressione straniera alla sovranità della Romania.
La partita a quel punto si sarebbe giocata sui media. Diventerà una prova di forza di soli pochi giorni: piazza contro piazza, Timisoara contro Bucarest. Il 21 dicembre 1989 Nicolae Ceausescu decide di parlare al popolo in diretta radio e tv. Dimostrerà, pensa, che il paese è con lui, che ha in mano la situazione e che gli scontri di qualche giorno prima sono stati solo un tentativo fallito di ingerenza negli affari interni.

In piazza davanti alla terrazza del palazzo del Comitato Centrale, secondo i media, c’è "uno spontaneo movimento di supporto a Ceausescu".
E’ una prova di forza. Ceausescu è convinto di poter rispondere alla folla di Timiºoara con un discorso rassicurante.
Alle 12:20 si presenta in cappotto e cappello nero, il viso un po’ scavato dalla vecchiaia e dalla stanchezza e convinto inizia il discorso dalla terrazzo della Palazzo del Comitato Centrale.
Le telecamere inquadrano una piazza posticcia, statica nelle prime file di persone applaudenti con cartelloni preconfezionati per appoggiare il discorso del presidente. Attorno a lui la nomenclatura romena applaude ad ogni pausa indicando alla folla le gesta da fare.
La folla però ha una reazione imprevista. Inizia ad urlare “Timiºoara, Timiºoara”. La faccia del del dittatore sembra smarrita. Le immagini televisive inquadrano gli ultimi piani dei palazzi circostanti. La radio interrompe le trasmissioni. Poi il dittatore ricominica a parlare.
E’ la Waterloo del regime che ha un effetto boomerang. In quel momento la nazione ha la consapevolezza definitiva, in diretta, che il re è nudo.

Ceausescu aveva fatto male i conti. Ora la rivolta è a Bucarest e non serve chiudere le porte della città, la rivoltà è già in città.
Il ministro della Difesa Vasile Milea, al quale era stato dato ordine di sparare sulla folla, si rifiuta. Verrà trovato morto in situazioni misteriose.
Ceaucescu e la moglie cercheranno di scappare in elicottero. Non riusciranno nemmeno in quello.
La fine del dittatore diventa uno spettacolo da dare in pasto ai media: la fuga rocambolesca, il tentarono di fuggire in auto, l’arresto.
I coniugi Ceausescu, si racconta, restarono in un’auto della polizia per molte ore, mentre i poliziotti ascoltavano la radio per capire quale fazione politica avrebbe preso il potere.
"Non sono imputato, sono il presidente della Romania e il comandante supremo delle forze armate" dirà prima che un tribunale rivoluzionario improvvisato faccia giustizia sommaria.

Da quella rivoluzione, l’unica violenta nell’Europa post comunista, nascerà la Romania moderna. Radio Bucarest, proprio dal dicembre del 1989, cambierà nome in Radio Romania International. Sembra un segno della Romania che sia apre al mondo.
Sebbene la figura del dittatore sia oggi tra i rumeni oggetto di parziale revisione storica, la legge rumena vieta che i media ne elogino la figura. Un bislacco modo di proibirne la memoria, privandone anche la possibilità di una distaccata valutazione storica.
Dinel Staicu, editore di 3TV Oltenia, qualche anno fa ha ricevuto una multa di circa 9.000 dollari U.S. per aver elogiato Ceausescu e mostrato delle foto in televisione.
Probabilmente chi ha fatto quella legge sapeva che l’oblio dai media, oggi, significa l’oblio. Cio che i media non dicono non succede.

di Marcello Peluso
www.marcellopeluso.it

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